IL PANORAMA ITALIANO DELLA RICERCA SULLE ERBE OFFICINALI

a cura della Dottoressa Laura Frabboni, Docente di Colture officinali all’Università di Foggia.

La Dottoressa Frabboni è professore associato del Dipartimento Safe dell’Università di Foggia, e in particolare si occupa dell’insegnamento della Produzione e Utilizzo delle colture officinali e della Qualità delle produzioni vegetali. I suoi studi e ricerche riguardano principalmente le colture officinali, le tecniche agronomiche a basso impatto ambientale, la biodiversità e la qualità delle produzioni vegetali.

 

Qual è lo stato attuale della ricerca sulle erbe officinali in Italia?

La coltivazione delle piante officinali in Italia purtroppo rappresenta un settore di nicchia, e di nicchia è anche la ricerca. A livello europeo e italiano gli incentivi a vantaggio di questo comparto sono stati fino ad ora solo briciole: si è sempre preferito investire sulle colture più tradizionali come frumento, mais, pomodoro e così via.
Ora che anche la PAC sta cambiando direzione, però, mirando a colture minori o di basso impatto ambientale, penso che anche la ricerca andrà ad orientarsi su obiettivi differenti, legati appunto a queste colture.
Oggi l’Italia rappresenta un paradosso: siamo il Paese europeo con più alto numero di erboristerie -oltre 4.000-, ma con la minor superficie agricola investita a piante officinali.

 

Perché questo tipo di ricerca è importante? Ritiene che bisognerebbe investire di più nella ricerca in questo settore?

Sì, è molto importante investire nella ricerca, proprio perché l’Italia ha bisogno di produrre piante officinali, per non continuare ad importare da Paesi in cui la manodopera costa poco e che non assicurano prodotti di qualità.
Le produzioni nazionali oggi possono essere competitive solo sulla qualità, come ormai succede in molti altri settori, non solo legati all’agricoltura.
Nell’ambito di un’indagine svolta dal Dipartimento SAFE dell’Università di Foggia è emerso che la maggior parte dei consumatori abituali di prodotti derivanti da piante officinali sono ‘disposti a pagare’ di più per avere la garanzia di acquistare prodotti di qualità. La parola ‘qualità’ spesso per un cliente che entra in un’erboristeria è associata alla parola ‘biologico’. Infatti, molte aziende italiane che producono o commercializzano prodotti derivanti da piante officinali sono certificate biologico.
In questo contesto ad esempio sarebbe interessante spingere la ricerca sugli utilizzi di agrofarmaci di origine naturale, una tecnica agronomica in espansione che ha come obiettivo l’equilibrio tra produttività agraria e tutela ambientale. Un meccanismo sul quale si basa il settore dei bioerbicidi è l’allelopatia. Numerosi ricercatori hanno messo in evidenza che la presenza in campo di alcuni terpeni (carvone, pinene, limonene, cymene, ecc.) inibisce la germinazione dei semi e la crescita delle piantine di alcune specie infestanti. Negli oli essenziali di molte piante officinali sono contenute sostanze allelopatiche. Presso il dipartimento SAFE sono state condotte prove in pieno campo per testare l’utilizzo di oli essenziali estratti da lavanda, menta, salvia, origano come bioerbicidi dalle quali sono emerse notevoli diminuzioni di germinazione e di crescita di erbe infestanti.
Un altro settore in crescita e di forte interesse è quello relativo alle piante officinali tintorie, come calendula, cartamo, iperico, camomilla, guado, ecc. La richiesta di pigmenti coloranti di origine naturale è in espansione in seguito alla crescente domanda dei consumatori orientati all’acquisto di prodotti naturali, causata anche dal sorgere di varie forme di allergie legate al contatto con prodotti sintetici.

ricerca-greenhouse

 

Quali obiettivi si pone il progetto di ricerca Greenhouse?

Greenhouse, oltre a divulgare le potenzialità della coltivazione delle piante officinali nel territorio dauno, ha finanziato la ricerca nel campo delle erbe officinali con una borsa di studio che ha l’obiettivo di valorizzare le piante officinali della zona. Per questo stiamo lavorando in particolare su una specie, al fine di identificare i metodi di coltivazione più opportuni e le tecniche di estrazione dei principi attivi più efficienti.

 

In una prospettiva di lungo periodo, come potrebbe il territorio beneficiare dei risultati della ricerca?

La Puglia, e in particolare il comprensorio dei Monti Dauni, rappresenta un ricco serbatoio naturale di piante officinali.
Nel lungo periodo, con l’aiuto della ricerca, bisognerebbe puntare alla conversione colturale nel territorio a favore delle erbe officinali, al fine di creare una filiera produttiva locale che vada dalla coltivazione delle piante, alla loro trasformazione (prodotti fitofarmaceutici, cosmetici, alimentari, ecc.), al confezionamento e alla commercializzazione.
Infatti, lo sviluppo di questo settore in Italia è frenato dalla presenza di alcuni problemi strutturali relativi al mercato e alla produzione. Primo fra tutti la mancanza di una vera e propria filiera. Sul territorio nazionale sono presenti pochi e piccoli produttori di piante officinali, che raramente sono organizzati in gruppi o consorzi. Per essere in grado di offrire un prodotto di qualità è necessario trasformare la droga subito dopo averla raccolta al tempo balsamico e in nel nostro Paese sono rarissime strutture specializzate che effettuano questi servizi. Di conseguenza il produttore deve provvedere a effettuare lui stesso la prima trasformazione. Questo significa: investimenti in mezzi tecnici (essiccatoio, distillatore, ecc.) nonostante siano pochi gli ettari investiti in azienda (di conseguenza l’ammortamento si allunga e l’investimento porta a disincentivare l’approccio alle colture officinali). Per tutti questi motivi incoraggiare la ricerca significa investire nella filiera e nella valorizzazione del territorio.

 

By | 2016-07-07T11:58:41+00:00 aprile 23rd, 2016|Categories: Il parere dell'esperto, Il Giornale Green|0 Comments

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